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Permessi Legge 104 utilizzati per fini personali: la Cassazione conferma il licenziamento per giusta causa

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sull’utilizzo dei permessi previsti dalla Legge 104/1992, confermando un principio ormai consolidato: i permessi retribuiti concessi per assistere un familiare con disabilità devono essere utilizzati esclusivamente per finalità assistenziali. In caso contrario, il lavoratore rischia conseguenze disciplinari fino al licenziamento per giusta causa.

Con l‘Ordinanza n. 13155 del 7 maggio 2026, la Suprema Corte ha confermato la legittimità del licenziamento di un dipendente che aveva utilizzato gran parte delle ore di permesso per esigenze personali, dedicando solo una minima parte del tempo all’assistenza della madre disabile.

Il caso: assistenza limitata e utilizzo del tempo per attività private

La vicenda riguarda un lavoratore impiegato come autista e magazziniere, licenziato nel settembre 2023 a seguito di verifiche interne effettuate dall’azienda sull’utilizzo dei permessi fruiti ai sensi dell’articolo 33 della Legge 104.

Dagli accertamenti è emerso che, nelle giornate del 7 e del 14 luglio 2023, il dipendente aveva richiesto permessi per assistere la madre disabile, dedicando però all’assistenza effettiva soltanto circa 30-38 minuti per ciascuna giornata.

La parte restante del tempo risultava invece impiegata nello svolgimento di attività personali non riconducibili alle finalità assistenziali previste dalla normativa.

Perché i giudici hanno parlato di abuso del diritto

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Torino hanno ritenuto che il comportamento del lavoratore integrasse un vero e proprio abuso del diritto.

Secondo i giudici, i permessi previsti dalla Legge 104 costituiscono uno strumento di tutela sociale destinato a favorire l’assistenza delle persone con disabilità e non possono essere utilizzati come giornate di disponibilità personale.

La Corte d’Appello ha inoltre evidenziato che il lavoratore non era riuscito a dimostrare l’esistenza di attività di assistenza indiretta tali da giustificare l’intero periodo di assenza dal lavoro.

Il ricorso in Cassazione

Il dipendente ha impugnato la decisione sostenendo che i giudici di merito avessero adottato una valutazione eccessivamente rigida, basata principalmente sul conteggio delle ore effettivamente dedicate all’assistenza.

Secondo la sua tesi, sarebbe stato necessario considerare il contesto complessivo dell’attività di supporto prestata alla madre e il comportamento tenuto in buona fede.

La Cassazione, tuttavia, ha dichiarato il ricorso inammissibile.

La posizione della Cassazione

La Suprema Corte ha precisato che il ricorso mirava sostanzialmente a ottenere una nuova valutazione dei fatti già esaminati dai giudici di primo e secondo grado.

Una richiesta non ammissibile in sede di legittimità, soprattutto in presenza della cosiddetta “doppia conforme”, ossia quando Tribunale e Corte d’Appello hanno raggiunto le stesse conclusioni sulla base delle medesime risultanze probatorie.

Pur dichiarando inammissibile il ricorso, la Cassazione ha colto l’occasione per ribadire alcuni principi fondamentali in materia di permessi Legge 104.

Quando l’utilizzo dei permessi è legittimo

Secondo la giurisprudenza consolidata, i permessi possono comprendere non solo l’assistenza diretta al familiare disabile, ma anche attività indirette strettamente collegate alle sue esigenze.

Ad esempio, possono rientrare tra le attività ammesse:

  • pratiche amministrative;
  • acquisto di farmaci;
  • organizzazione di visite mediche;
  • incombenze necessarie alla gestione della persona assistita.

Ciò che conta è che il tempo di permesso mantenga un collegamento concreto e dimostrabile con la finalità assistenziale prevista dalla legge.

Quando scatta il rischio di licenziamento

Diversamente, l’utilizzo dei permessi per attività esclusivamente personali costituisce una violazione dei principi di correttezza e buona fede che regolano il rapporto di lavoro.

In tali casi, il comportamento può integrare un abuso del diritto e giustificare il licenziamento disciplinare.

La Cassazione ha ricordato che non è richiesta una presenza continua accanto al familiare disabile durante tutto il periodo di permesso. Tuttavia, deve emergere chiaramente che il tempo fruito sia effettivamente destinato all’assistenza o a attività ad essa strettamente connesse.

Nel caso esaminato, la limitata attività assistenziale svolta e il prevalente utilizzo del tempo per finalità private hanno portato i giudici a confermare la gravità della condotta.

Cosa insegna questa sentenza

L’Ordinanza n. 13155/2026 conferma un orientamento giurisprudenziale ormai stabile: i permessi della Legge 104 rappresentano un importante strumento di tutela sociale, ma il loro utilizzo deve essere coerente con le finalità per cui sono stati riconosciuti.

Per i lavoratori, la sentenza evidenzia l’importanza di utilizzare tali permessi esclusivamente per esigenze assistenziali reali e documentabili.

Per le aziende, invece, la decisione conferma che l’abuso dei permessi può costituire una grave violazione del rapporto fiduciario e giustificare il licenziamento per giusta causa quando venga adeguatamente dimostrato.

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