La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13578 del 21 maggio 2025, ha affermato un principio rilevante rilevante della NASpI e lavoro in carcere e in materia di tutela dei lavoratori detenuti. La NASpI spetta anche in caso di perdita del lavoro intramurario dovuta al trasferimento in un altro istituto penitenziario.
Il caso
La vicenda riguarda un lavoratore detenuto che aveva perso la propria occupazione a seguito del trasferimento in una diversa struttura carceraria.
La cessazione del rapporto di lavoro non dipendeva da una sua scelta, ma da una decisione dell’amministrazione penitenziaria.
La decisione della Cassazione
La Corte ha respinto il ricorso dell’INPS sulla NASpI e lavoro in carcere, chiarendo che:
la perdita del lavoro è involontaria;
il lavoratore detenuto ha diritto alla tutela contro la disoccupazione;
la condizione detentiva non esclude automaticamente l’accesso alla NASpI.
Di conseguenza, il diritto all’indennità deve essere riconosciuto anche in ambito carcerario, quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge.
Un orientamento in evoluzione
La pronuncia si inserisce in un filone giurisprudenziale più ampio, sviluppatosi tra il 2024 e il 2025, che tende a:
estendere ai lavoratori detenuti le tutele previste per i lavoratori “liberi”
colmare una lacuna normativa relativa al lavoro intramurario
Il nodo del lavoro carcerario
Il lavoro in carcere presenta una natura peculiare, in quanto è tradizionalmente legato a due funzioni:
rieducativa, in linea con le finalità della pena;
sanzionatoria, connessa alla condizione detentiva.
La Cassazione sottolinea la necessità di bilanciare questi interessi con i diritti del lavoratore, in particolare quando si tratta di tutela contro la disoccupazione.
In definitiva
La sentenza:
riconosce la NASpI anche ai detenuti in caso di perdita involontaria del lavoro;
conferma l’estensione delle tutele del lavoro anche al contesto penitenziario;
contribuisce a colmare un vuoto normativo sul lavoro intramurario.
Si tratta di un passo importante verso un sistema più equo, che valorizza il lavoro come strumento di reinserimento sociale senza sacrificare le garanzie fondamentali.