Con l’ordinanza 13 febbraio 2026, n. 3263 (udienza 8 gennaio 2026), la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, affronta il tema sempre più attuale della responsabilità del lavoratore in caso di truffe informatiche, in particolare del fenomeno di licenziamento per phishing. La decisione chiarisce quando un errore nell’esecuzione di un pagamento può integrare una giusta causa di licenziamento.
Il caso: il bonifico “truffa” da 15.800 euro
La vicenda riguarda una dipendente amministrativa con oltre trent’anni di anzianità, impiegata in un ruolo contabile presso un’azienda privata.
Nel luglio 2022 la lavoratrice riceve un’e-mail apparentemente inviata dal presidente della società, con la richiesta urgente di effettuare un bonifico verso l’estero. Ritenendo la comunicazione autentica, dispone il pagamento per un importo pari a circa 15.800 euro.
Successivamente emerge che si trattava di una truffa informatica.
I segnali di allarme ignorati
Dagli accertamenti giudiziari risultano diversi elementi che avrebbero dovuto insospettire la dipendente:
- contenuto della richiesta anomalo e urgente
- assenza di adeguata documentazione giustificativa
- incongruenze nelle modalità della comunicazione
- presenza di ulteriori comunicazioni autentiche che avrebbero potuto bloccare l’operazione
Nonostante questi indicatori, il bonifico viene eseguito senza ulteriori verifiche.
Il licenziamento e il ricorso della lavoratrice
A seguito del danno economico subito, l’azienda procede con il licenziamento per giusta causa e avvia anche un’azione per il recupero delle somme.
La lavoratrice impugna il recesso sostenendo:
- di aver agito in buona fede
- di non aver ricevuto formazione specifica sul phishing
- che la mancanza di formazione avrebbe escluso la gravità della condotta
Tribunale e Corte d’Appello respingono il ricorso. La Cassazione conferma.
Il principio della Cassazione: la diligenza minima è sempre richiesta
La Corte ribadisce un principio centrale del diritto del lavoro:
ogni lavoratore è tenuto a rispettare un livello minimo di diligenza, indipendentemente dalla formazione ricevuta.
Nel caso specifico, il ruolo della dipendente è determinante: trattandosi di un’addetta alla contabilità e ai pagamenti, era richiesto un livello di attenzione ancora più elevato.
Secondo i giudici, una richiesta di pagamento anomala deve sempre essere verificata, anche in assenza di procedure interne specifiche o corsi di formazione dedicati.
Colpa grave anche senza dolo
Un passaggio fondamentale della decisione riguarda l’elemento soggettivo.
La Cassazione chiarisce che:
- non è necessario il dolo per giustificare il licenziamento
- anche la grave negligenza può integrare la giusta causa
Nel caso concreto, la negligenza è stata ritenuta particolarmente grave, in considerazione:
- dei numerosi segnali di anomalia ignorati
- della mancata verifica dell’operazione
- del danno economico effettivamente subito dall’azienda
Il peso del danno economico
Un ulteriore elemento decisivo è rappresentato dalle conseguenze concrete della condotta.
Il pagamento fraudolento ha generato una perdita patrimoniale reale per l’azienda. Questo ha inciso in modo significativo sulla valutazione complessiva, portando i giudici a ritenere proporzionata la sanzione espulsiva.
Cosa insegna la decisione
La pronuncia evidenzia un principio chiaro per il mondo del lavoro:
- la formazione aziendale è importante, ma non esonera dalla diligenza minima
- i segnali di anomalia devono sempre essere verificati
- nei ruoli amministrativi e contabili l’attenzione richiesta è più elevata
- anche un errore non doloso può giustificare il licenziamento se grave e dannoso