Una recente sentenza della Corte di Cassazione torna a fare chiarezza su un tema centrale nel diritto del lavoro: il licenziamento per sopravvenuta inidoneità del lavoratore alle mansioni. Con la decisione n. 4722 del 3 marzo 2026, i giudici hanno annullato la pronuncia della Corte d’Appello di Cagliari, disponendo un nuovo esame del caso e ribadendo principi fondamentali in materia di onere della prova e obbligo di ricollocazione.
Il caso: licenziamento dopo problemi di salute
La vicenda riguarda un lavoratore licenziato nel 2009 per giustificato motivo oggettivo a seguito di una sopravvenuta inidoneità alle mansioni. Il dipendente era stato colpito da una dermatite allergica causata da un solvente utilizzato in azienda, patologia riconosciuta dall’INAIL come malattia professionale con un danno biologico del 7%.
In un primo momento, il medico competente lo aveva dichiarato non idoneo ad alcune mansioni specifiche, ma ancora abile per altre attività aziendali. Tuttavia, durante lo svolgimento di queste nuove mansioni, il lavoratore aveva subito uno shock anafilattico. Successivamente, un nuovo giudizio medico aveva esteso l’inidoneità a ulteriori attività, portando l’azienda a procedere con il licenziamento.
Le decisioni dei giudici di merito
Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano respinto le richieste del lavoratore, ritenendo legittimo il licenziamento. In particolare, i giudici avevano sostenuto che:
il lavoratore non avesse contestato tempestivamente i giudizi del medico competente
non fosse stata dimostrata la sua idoneità ad altre mansioni
l’azienda avesse provato l’impossibilità di ricollocarlo
non vi fosse un collegamento diretto tra la patologia e le attività svolte
L’intervento della Cassazione
La Corte di Cassazione ha ribaltato questa impostazione, accogliendo i principali motivi del ricorso del lavoratore.
Onere della prova a carico del datore di lavoro
La Corte ha ribadito che, in caso di licenziamento per inidoneità sopravvenuta, spetta al datore di lavoro dimostrare:
non solo l’effettiva inidoneità del dipendente
ma anche l’impossibilità di assegnarlo ad altre mansioni compatibili
Questo principio è centrale e non può essere invertito.
Il ruolo del medico competente
Secondo la Cassazione, il giudizio del medico competente:
non è definitivo
non vincola il giudice
Il giudice può infatti verificarne la correttezza anche attraverso una consulenza tecnica.
Obbligo di repêchage
Uno dei punti chiave della decisione riguarda il cosiddetto repêchage, cioè l’obbligo di ricollocare il lavoratore.
La Corte ha chiarito che:
il licenziamento non è legittimo se esistono mansioni alternative
il lavoratore può essere adibito anche a mansioni inferiori, se compatibili con la salute
la verifica deve riguardare tutta l’organizzazione aziendale, non solo una singola area
Assunzioni a termine non bastano
Nel caso specifico, la Corte d’Appello aveva ritenuto sufficiente il fatto che l’azienda, dopo il licenziamento, avesse assunto solo personale a tempo determinato.
La Cassazione ha invece chiarito che questo elemento non dimostra l’assenza di posizioni disponibili e non libera il datore dall’obbligo di prova
Nessun obbligo per il lavoratore di indicare alternative
Altro punto importante: non spetta al lavoratore individuare possibili mansioni alternative.
È il datore di lavoro che deve dimostrare l’impossibilità di ricollocazione.
Esito della sentenza
La Corte di Cassazione ha:
accolto i principali motivi del ricorso
dichiarato inammissibile una censura secondaria
annullato la sentenza impugnata
Il caso è stato rinviato alla Corte d’Appello di Cagliari, che dovrà riesaminarlo applicando i principi indicati.
Cosa cambia per aziende e lavoratori
Questa pronuncia rafforza un principio ormai consolidato: il licenziamento per inidoneità non è automatico.
Prima di procedere, il datore di lavoro deve dimostrare in modo concreto e documentato che:
non esistono mansioni alternative
non è possibile alcuna ricollocazione interna
In assenza di questa verifica, il licenziamento rischia di essere dichiarato illegittimo.